Conti, dame e Cavalieri di quel Santo Sepolcro

Questo articolo è stato pubblicato il 13 aprile 2018  sul blog Mafie di Repubblica.it. Se volete leggerlo, dare il like e condividerlo fatelo per favore da questo link:

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Nel settembre del 2013, pochi mesi dopo la sua elezione al soglio di Pietro, papa Francesco Bergoglio incontra nell’aula Paolo VI in Vaticano le dame (in nero) e i Cavalieri (con mantello bianco con doppia croce rossa sovrapposta) dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme riuniti a Roma per la Consulta mondiale che si tiene ogni cinque anni.
Francesco ricorda alla platea il loro compito di “pellegrini” non “erranti”, l’obiettivo di Camminare, Costruire e Confessare in ogni momento del loro progetto associativo. E in conclusione il Pontefice non rinuncia a uno dei suoi ricorrenti leitmotiv “la fede non allontana dalla responsabilità per una società migliore”. Insomma la fede non può essere blandita come un privilegio, come una casta o una loggia al riparo della quale giocare la propria personale partita per il potere.
Sono passati trenta anni dagli anni più bui dell’Ordine in Sicilia e probabilmente nella sala Paolo VI non c’è più nessuno dei vecchi aderenti all’associazione nell’isola. Se ci fosse stato sarebbe stato percorso da un brivido tanto erano taglienti le parole del Papa seppure pronunciate con ferma pacatezza.
In Sicilia negli anni ’70 e ‘80 in realtà Dame e Cavalieri erano ben altra cosa. Ricordavano piuttosto una loggia o una stanza di compensazione in cui era possibile saldare relazioni interessate e dove la missione del “costruire” auspicata trenta anni dopo dal Papa innovatore era più diretta alle carriere e alle ambizioni spicciole che al bene più generale della comunità cristiana. Anche a costo di frequentazioni imbarazzanti.
Nel 1982/83, come testimonia nel suo gran libro “La Città marcia” Bianca Stancanelli, circolavano nelle redazioni dei giornali, non senza provocare pochi imbarazzi (anche fra i giornalisti, i direttori e gli editori), gli elenchi degli iscritti all’Ordine. Ovviamente liste ufficiali-non ufficiali che hanno consentito non poche prese di distanze e smentite.
In quel gruppo figuravano esponenti di spicco della borghesia palermitana e della provincia, giudici, procuratori della repubblica, superpoliziotti, ufficiali dell’esercito e delle forze armate, docenti dell’università, politici, amministratori comunali, banchieri, imprenditori.
Alla testa della robusta pattuglia che si riuniva per le celebrazioni esclusive nel più splendente dei duomi siciliani, quello di Monreale, c’erano l’aristocratico conte Arturo Cassina, “Luogotenente” dell’Ordine, regista più che trentennale degli appalti per la manutenzione al comune di Palermo e il vescovo di Monreale Salvatore Cassisa, a capo della diocesi più vasta dell’isola e personaggio fra i più discussi della Chiesa siciliana. I meno giovani ricorderanno che Cassisa fu allontanato a forza da una diocesi e una abitazione che non aveva alcun diritto di abitare dopo una estenuante battaglia e l’intervento senza precedenti della Congregazione per i Vescovi.
A far da scorta a Cassina e Cassisa comandanti dei carabinieri, giudici e “sbirri”. Negli stessi anni in cui l’offensiva mafiosa si faceva più clamorosa e morivano sotto i colpi delle cosche il prefetto Dalla Chiesa e Pio La Torre, sedevano fianco a fianco, sfiorandosi appena con i mantelli candidi, uomini di potere che volevano sfuggire a controlli e inchieste e alte magistratura che avrebbero dovuto indagare sul loro conto.
Non a caso l’ex sindaco di Palermo Insalaco, assassinato nel 1988 da Domenico Ganci, uno dei figli del boss della Noce Raffaele, nel suo memoriale puntava l’indice contro Cassina e non mancava occasione di sottolineare il “cerchio magico” che proteggeva il nobile imprenditore e nel quale in prima fila erano proprio appartenenti alle forze dell’ordine e alla magistratura che di giorno militavano nei palazzi di giustizia e nelle caserme e nei fine settimana curavano poi relazioni improprie fra gli scranni del Duomo di Monreale, fra un bisbiglio e un’orazione.
Gli elenchi si possono ritrovare senza tanti sforzi con una breve navigazione in rete. Di certo fra loro anche tanti in buona fede. Ma resta sospetta la quantità di affiliazioni di personalità così autorevoli e prestigiose e potenti. Gli adepti avevano tutti un sogno da realizzare, il primo dei quali entrare nella stretta cerchia “degli uomini che contano”, uscire dalla stretta dimensione provinciale per assurgere a uno scenario nazionale o addirittura internazionale.
Giovanni Falcone che non parlava mai a sproposito ed era sempre controllatissimo, a Bianca Stancanelli consegna un ritratto al vetriolo dei Cavalieri Equestri “il vero potere in Sicilia” ben più potenti degli altri “cavalieri”, quelli “del lavoro catanesi” che un impero economico retto su vaste relazioni anche scottanti coltivavano in gran parte dell’isola e anche oltre lo Stretto.
Tuttavia nonostante i sospetti e gli articoli dei giornali Chiesa e Csm si guardarono bene dall’intervenire per sciogliere o commissariare quella che sempre più appariva come una tribù fondata sullo scambio, le minacce, le inchieste finalizzate a fiaccare i resistenti, la costruzione di ricchezze incommensurabili, il sostanziale mantenimento dello status quo.
Ci provarono dopo le stragi anche le vedove della mafia, Agnese Borsellino e dopo di lei Maria Falcone e Rita Bartoli Costa a invocare interventi drastici del Vaticano per un’azione energica di pulizia in quegli spazi plumbei in cui i mantelli con croci intrecciate non assicuravano trasparenza e rettitudine.
Negli anni ‘90 e Duemila, testimoni e collaboratori di giustizia sciorinarono ben altri nomi che transitavano senza esitazione alcuna dalle logge massoniche agli Ordini equestri, compreso quello del Santo Sepolcro. A Messina e in Calabria soprattutto.
Palermo cominciò a spegnersi o forse solo a rientrare nell’ombra per far dimenticare le voci, i sospetti e anche le inchieste che squassarono l’impero di Cassina e la diocesi di Cassisa.

I “Misteri” di Trapani

Devo a Ernesto Bazan, fotografo di fama internazionale che mi onora della sua amicizia, se dopo più di venti anni sono tornato a Trapani per assistere alla Processione dei “Misteri”. Ernesto da 17 anni tiene uno dei suoi workshop nella città siciliana durante la Settimana Santa. Io sono andato con mio figlio (che per la prima volta ha scattato con la pellicola con la Canon F1 Old totalmente meccanica). Il clima di commozione, man mano che passavano le ore si accentuava. Anche per effetto della stanchezza l’autocontrollo si è attenuato e in tanti erano sinceramente presi dalla compassione. Molte cose mi hanno colpito: i dettagli dei 20 gruppi che riproducono la Via Crucis, i lunghi preparativi, la quantità di partecipanti alla processione: Non i fedeli ma musicisti, Maestranze, Confraternite, comparse, portatori di ceri e di effigi. Un calcolo approssimativo mi fa pensare che siano coinvolti non meno di duemila persone, alle quali si aggiungono lungo il percorso che si allunga per tutto il centro storico , prima del rientro dopo circa 24 ore,migliaia e migliaia di persone provenienti da ogni parte della Sicilia. L’ultimo gruppo a uscire è quello dell’Addolorata immediatamente preceduto dal Crocifisso in una teca di vetro portato a spalla come le altre 19 sculture o “vare” da una doppia dozzina di persone che si muovono all’unisono in quella che viene definita “annacata”, un passo a destra, uno a sinistra, uno avanti, uno indietro. Ritmo sostenuto per tutta la processione anche dai musicisti delle numerose bande provenienti da tutta la provincia e dai figuranti (dai più piccoli ai più grandi), alle autorità. Il massimo della commozione si percepisce proprio appena l’Addolorata in lutto lascia il portone della Chiesa delle anime del Purgatorio (dopo più di quattro ore dall’inizio delle “nisciute”,l’uscita delle “vare”. E’ quasi l’ora del tramonto.  Prima della Statua escono dalla Chiesa centinaia di donne, per la maggior parte anziane vestite in nero. Mi fanno pensare. Forse sono vedove. Il dolore di una madre che perde il figlio giovane è tanto umano da provocare lacrime e occhi lucidi. Un climax neppure raggiunto dalla sfilata della teca del Cristo morto. Le bande chiudono il corteo intonando quello che a me è parso un unico solo motivo ripetuto ossessivamente,con piccole sfumature, o cantato dai Cori che si avvicendano lungo le viuzze. C’è ancora molta autenticità. Ernesto me lo aveva anticipato. Sono laico, ma ho studiato dai Benedettini durante il periodo della scuola media e certe atmosfere, anche con le loro venature psicologiche, mi sono familiari. Le ho nuovamente respirate dopo tanti anni. Se volete rivivere questa mia esperienza guardate nelle mia galleria di Juza le foto. Sono tante. Spero che vi trasmettano qualche emozione.

Le gallerie si trovano su www.juzaphoto.com . Il mio nickname è Cusman

 

 

 

 

 

Lo scoop involontario

A Torino nel corso della borsa di studio ebbi due straordinarie occasioni. La prima volta all’Aeritalia, industria strategica aerospaziale. In redazione arrivò la notizia che c’era stata una incursione, forse di un gruppo terroristico. Grande mobilitazione di forze dell’ordine. C’era anche una regia mobile Rai. Ci si aspettava un lungo assedio e forse uno scontro a fuoco. Non c’erano colleghi e il caposervizio mi fece uscire con la troupe. Devo dire che gli operatori a quell’epoca  a Torino erano già dei giornalisti professionisti anche se l’azienda non li riconosceva come tali.L’Ordine regionale aveva riconosciuto la loro attività come praticantato e li aveva ammessi agli esami. Erano gentilissimi e come dicevo (forse perché ero l’ultimo arrivato, ero giovane, pesavo 145 chili, avevo capelli e barba lunga che facevano di me un personaggio più da romanzo che da tv ) mi avevano preso a benvolere e  fin da allora ho imparato a rispettare chi sta in prima linea , telecineoperatori e fotografi, che ,spesso, fanno il lavoro sporco anche per i cronisti. Con loro imparavo a muovermi, anche a tenere la giusta distanza, a rispettare i tempi e “rubavo” quanto potevo dal loro sapere. Alla fine all’Aeritalia c’era stato un falso allarme. Non si seppe mai veramente se terroristi o rapinatori erano riusciti a infiltrarsi in una delle industrie militari fra le più importanti del paese con importanti commesse anche internazionali. Il segreto di stato  fu insormontabile. Le ipotesi si sprecarono ma restarono tali. Tuttavia feci il meglio che potevo. Un po’ di dettagli dettati per telefono ai colleghi di line, più d’atmosfera che di sostanza. Ne ricevetti apprezzamenti. Di fronte a tutta confusione e in un terreno per me nuovo  non mi ero perso d’animo. E questo era già un risultato. Sentivo di aver conquistato qualche punto in più. I colleghi mi guardavano con attenzione o forse ero io che vedevo crescere la mia autostima. La seconda occasione fu il 31 dicembre. Ero ancora in redazione. Durante le feste si era in pochi e c’era necessità di qualcuno che sbrigasse piccoli ma importanti compiti: assistere i tecnici nel montaggio di brevi sequenze di immagini di copertura per i “vivi”, le notizie lette in studio durante il tg, oppure la raccolta di tempi e ultime parole dei servizi per i registi e la redazione delle “camicie”  i fogli con le firme del servizio (redattore, telecineoperatore,montatore, nome della persona intervistata, appunto durata e ultime parole). In redazione, forse da un corrispondente arrivò la notizia che  in un paesino sulle colline torinesi ,tra i botti anticipati per la fine dell’anno, c’era stato anche uno sparo. Giorgio Mensi l’operatore venne incaricato di andare e io lo accompagnai. Era una serata fredda. In molti preparavano i festeggiamenti. Ma non vivevo questa situazione come una privazione. Anzi.

Arrivati nel paesino l’arcano fu svelato.  Lo sparo c’era stato. Un anziano , un uomo solitario e scontroso, infastidito dal rumoreggiare dei ragazzini che lanciavano petardi nella via e forse davanti  alla sua porta di casa, aveva sparato un paio di colpi di fucile. Uno aveva raggiunto un bambino uccidendolo. Il tempo si era come bloccato. Giorgio girò delle immagini . Le inquadrature della palazzina dello sparatore, la stradina, le facce degli altri bimbi che avevano perso il loro compagno di giochi.  Poi, non so per quale strano impulso, decidemmo di raggiungere la casa del bambino rimasto ucciso. I due genitori con addosso i segni di una vita di fatiche, erano attoniti. Lo sguardo basso. Le mani giunte in una silenziosa preghiera. Provai a fare qualche domanda. In qualche maniera era come se aspettassero quel momento per liberare tutto il loro dolore. Fu una narrazione piena di rimpianto, di incredulità, di disperazione. Non ricordo se avessero altri figli. Nella casa non c’erano altre persone. Erano stati lasciati soli anche dai compaesani. Forse per pudore.Raggiungemmo rapidamente via Verdi. Federico Scianò, il caporedattore, volle vedere il girato. Anche lui sorpreso che fossimo in possesso di materiale così “forte”, probabilmente all’epoca non consueto per “lo stile” del tg piemontese. Decise, con grande coraggio, di  mandare in onda al posto dell’edizione della notte (allora durava una decina di minuti) l’intervista integrale. Era quello che nell’ambiente si definiva uno scoop. Un colpo giornalistico che mi accompagnò per tutta la borsa di studio e che fu un biglietto di presentazione formidabile per le successive tappe del mio stage. Piccola increspatura. Il pezzo non mi venne firmato. I “borsisti” non potevano firmare i loro pezzi. Erano clandestini. 

Continua.

Torino. Qui ho cominciato a imparare ( e non ho mai smesso!)

Nel 1980 partecipai alla selezione per la borsa di studio in Rai. Vinsi una delle trenta borse del secondo concorso e scelsi come prima sede Torino. Lì, all’epoca, lavorava mio fratello e trovai facilmente sistemazione.Erano gli anni del terrorismo. Arrivai in Piemonte in inverno. Cielo basso e plumbeo come il clima che si respirava nel paese. Freddo che entrava nelle ossa . Quasi insopportabile. La redazione mi accolse con un “abbraccio meridionale”. Mi coccolavano. Uno dei componenti del Cdr (Comitato di redazione, la rappresentanza sindacale dei giornalisti) mi presentò a colleghi e tecnici. Mi consegnarono un blocco di tagliandi per la mensa, e un pass per andare allo stadio (mai viste tante partite come in quei mesi). Ho ancora delle foto ravvicinate di Dino Zoff che mi urla contro. Ero tanto contento di essere lì , da essere entrato in campo senza accorgermene mentre l’arbitro fischiava l’inizio della gara. Mi diedero anche un permesso per frequentare gli studi dove si giravano fiction e per seguire i concerti della grande orchestra della Rai. Il caporedattore a Torino era Federico Scianò, origini siciliane, un gentiluomo straordinario, un professionista di spessore, un’umanità commovente. Lo ricordo ancora con immenso affetto. Il suo vice era Carcano, un comunista  arguto e ironico. Poi c’erano Luigi  socialista meridionale, Paolo, un democristianino piccolo dall’incarnato chiarissimo, Mario , pancia prominente, atteggiamento da parroco di campagna che la sa lunga e sa che prima o poi diventerà vescovo. Orlando, il bello della tv, Santo della Volpe, precario informatore di cronaca giudiziaria,Corradino Mineo, cronista della redazione economico-sindacale, destinato a grandi successi professionali. Tanti  tecnici, segretarie,operatori (fra tutti Giorgio Mensi) ,giornalisti fortemente impegnati nel lavoro con spirito da servizio pubblico. In redazione fui affidato a un anziano caposervizio, Guido Leoni, che mi instradò al mestiere. Allora scrivevo con la stilografica, non sapevo usare la macchina da scrivere. Imparai lì a battere con due dita. Qualche anno dopo raggiungevo la velocità di un dattilografo diplomato , ma sempre con indici e talvolta medio e pollice, accumulando inevitabilmente errori di battitura. Leoni fu paziente. Correggeva le notiziole che mi venivano affidate e presto appresi le regole del mestiere. Lo dico sempre agli amici e agli allievi che per quasi dieci anni ho avuto all’università: l’abc della professione si impara in pochi mesi. Poi si può, se si vuole, migliorare lo stile,la ricerca delle fonti, specializzarsi (io lo feci in cronaca giudiziaria),migliorare dizione (ma senza esagerare e non impostare una voce “falsa”), destreggiarsi fra “polpette avvelenate” e consigli troppo spesso interessati. Resistere alle lusinghe di un lavoro che ti da notorietà e può farti perdere la giusta distanza dalla realtà delle cose e dalle cose fondamentali della tua esistenza.

(1. continua)

Blog Mafie di repubblica.it

 

   di Salvatore Cusimano

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Salvatore Cusimano – Giornalista

Ve lo immaginate Stefano Bontade, il “principe di Villagrazia” capo incontrastato della mafia degli Anni Ottanta fino all’avvento dei “Corleonesi”, che scrive un libro e tenta di far passare una immagine diversa, edulcorata, paternalistica di Cosa Nostra?
Oppure Luciano Liggio che affida a un giornalista o a un ghost writer le sue memorie  cercando di convincere l’Italia delle sue virtù di benefattore  e dei suoi meriti per aver salvato la democrazia del nostro Paese facendo mancare l’appoggio ai golpisti di Junio Valerio Borghese?
O Matteo Messina Denaro che dalla sua lunga e dorata latitanza fra un paese del trapanese e una riva assolata delle coste spagnole o francesi detta le sue verità sulla sua vita da fuggiasco, sui suoi amori e la “persecuzione” di magistrati e investigatori?
Tutto ciò vi sembrerebbe una nota stonata.
Da sempre nel gioco lungo fra guardie e ladri, fra mafiosi e forze dell’ordine, fra giornalisti e indagati ognuno è rimasto nella sua parte del campo.
I mafiosi facevano i mafiosi. Si difendevano in tribunale quando li  prendevano, cercavano di sfuggire alla cattura cambiando nome (come Salvatore Cancemi), grazie a documenti falsi (come Leoluca Bagarella) avvalendosi di amici anche fra le forze dell’ordine e di strategie sofisticate messe in piedi da istituzioni corrotte e complici e da una borghesia che si vantava di avere “clientie amici” così potenti.
Ma Giuseppe Salvatore Riina , detto Salvo, il figlio del più violento capo di Cosa Nostra da un secolo a questa parte, il “terrorista” mandante dello sterminio degli avversari (centinaia di morti sulla coscienza) e delle stragi del ’92 e ’93, dei delitti eccellenti, della “trattativa” con lo stato per abbattere la legislazione contro il crimine organizzato,ha incrinato questo diaframma. Ha scritto un libro, Riina-Family Life, ed è andato in televisione per promuoverlo, ospite di quella che viene definita la “terza camera”, ovvero il salotto bianco (per quell’occasione per la verità tutto nero) di Bruno Vespa.
Una strategia nuova. Vendere il brand mafia come normalità. Una bella famiglia, piena di affetti, di rispetto, di solidarietà, di gesti comuni, il pranzo tutti intorno al tavolo, le lunghe serate noiose sul divano davanti alla tv, orari da ufficio. Anche la mafia come si sa aborre gli straordinari.
Ma quello di Salvuccio Riina non è l’unico caso, ricorderete le pagine facebook di alcuni malavitosi che esponevano foto e vita da ricconi, comunicando a loro modo l’altra faccia, la più attrattiva del crimine, quella della ricchezza, delle belle donne e delle auto potenti.
E poi c’è anche un altro modo di vendere il brand mafia, più sofisticato e giocato tutto all’interno di un mercato particolare quello dei media e della giustizia. Se ne è reso protagonista Giuseppe Graviano. Muto come un pesce e dilatorio con i magistrati che vorrebbero interrogarlo su delitti, misteri e complicità, ma loquace, ammiccando alle telecamere, dal carcere dove si trova.
Graviano ha imparato la lezione di Riina senior che dal carcere di Opera ha raccontato di “tonni” e “stragi” al suo compagno di passeggiate in cortile. E ha girato a suo vantaggio gli stratagemmi messi in campo dalla polizia penitenziaria per controllare i detenuti al 41 bis. Dice e non dice, mischia verità riscontrabili e affermazioni esplosive difficili da verificare. Alza il prezzo di una sua eventuale collaborazione. Oggi non c’è dubbio che il suo appeal sia altissimo e non c’è magistrato che non voglia prenderlo a verbale. Anche così il brand mafia aumenta il suo valore.
L’arte del “tragediare” è antica in Cosa Nostra. Infarcire falsità con chicchi di verità per dare un quadro complessivo dominato dall’ambiguità. Siamo o no nell’era della comunicazione e dell’immagine? Una filosofia che prima o dopo doveva arrivare anche dentro Cosa Nostra, dopo gli anni poveri di fascino del boss Bernardo Provenzano tutto “santini, ricotta e cicoria”.
Dai primi segnali pare proprio che la svolta è compiuta. E l’effetto moltiplicatore dei social rischia di fare il resto.

 

 

Ricordi del GR3

Le mie tappe di “borsista” alla Rai furono a Torino (di cui scriverò) al Tg1 (come vi ho raccontato) al Gr1 e al Gr3 prima di concludere a Palermo. Al Gr3 mi occupavo prevalentemente di esteri. Seguivo una delle crisi libanesi. Ogni giorno scorrevo giornali e agenzie per scrivere un pezzo che spesso (scandalo!!) apriva una delle edizioni del giornale. Qualcuno protestava. Il sindacato ci difendeva (il patto era che tutte le prestazioni fossero senza firma e non in voce, quindi i testi venivano affidati a uno speaker che incideva il nastro per conto nostro). Mi pare di ricordare che fosse direttore allora Mario Pinzauti . Ebbe la ventura di assistere in diretta al malore e alla morte dell’allora Direttore Generale Villy de Luca. Ne fece una cronaca essenziale e garbata. Ogni tanto capitava in redazione uno degli inviati più autorevoli della radio, Paolo Aleotti, che all’epoca seguiva soprattutto le crisi internazionali. Ci raccontava del suo lavoro, dei montaggi avventurosi dei suoi servizi utilizzando le forbici e i nastri incisi sul suo “nagra”, il registratore professionale in uso agli studi radiofonici e in una versione più portatile anche agli inviati. Faceva tutto da solo. La radio è stata sempre più povera ma anche più agile. Ci sosteneva, intendo a noi borsisti con calore e gioì  alla nostra assunzione . Come lui un altro amato collega Gregorio Donato, vaticanista di prima grandezza della radio che organizzava di tanto in tanto riunioni nella sua bella casa romana con le travi a vista . Al Gr3 c’era anche Daniela Vergara, allora praticante che dopo qualche anno sarebbe approdata al Tg2 per seguire il Quirinale. Era bella e brava e anche molto alta. 

Gli esordi al Tg1

E al Manifesto che facevi? “L’ apprendista. Era il 1981, e tagliavo le agenzie. Arrivavano a rullo, sulla carta. Andavano tagliate con un righello, selezionate, e infilate dentro delle vaschette. Era un lavoro non banale. Perché dovevi capire cosa era importante. ” 
Così Andrea Salerno, neo direttore di La 7 racconta i suoi esordi. 
Ho vissuto la stessa esperienza al Tg1 , in redazione cronaca fra la fine del 1981 e il 1982. Ero fresco vincitore di borsa di studio per la formazione di nuovi giornalisti.
Selezionavo le agenzie , le tagliavo dal rullo e le distribuivo per argomenti sul tavolo del caposervizio dentro cartellette alla buona . Poi, qualche ora più tardi, si decideva cosa farne. Ero 145 chili all’epoca. Ogni tanto sfasciavo le fragili sedie della redazione. Dopo qualche giorno di mi assegnarono alle “agenzie”. Il mio nome figurava in fondo al sommario. Significava che durante la messa in onda del tg delle 20 dovevo stare nella sala delle agenzie dove decine di stampanti vomitavano ininterrottamente “lanci” di esteri, cronaca, politica, cultura , economia e sport. Se ritenevo che qualcuna meritasse attenzione la strappavo, la portavo di corsa al mio caposervizio che la valutava e la consegnava in studio al conduttore per la lettura. Sarà capitato un paio di volte. Al Tg1 lavoravo dalla mattina a notte. Non mi perdevo un’edizione. Non avevamo orari rigidi, ma a me piaceva stare lì, seguire quello che accadeva, dalla nascita della notizia al suo confezionamento. Nel pomeriggio alla spicciolata arrivavano Massimo Valentini, Sergio Modugno, Andrea Melodia,Paolo Frajese,Bianca Maria Piccinino e tanti altri. Poi quello fu il regno per tanti anni di un altro grande indimenticabile maestro: Roberto Morrione. Su tutti vegliava la più cara delle collaboratrici Antonella Licini insieme a Roberta.  Di tanto in tanto si accendevano discussioni politiche nei corridoi, ne ricordo alcune molto accese fra Liliano Frattini , comunista gentile ed elegante,e Alberto Masoero, liberale e conservatore, elegante alla stessa maniera. Per me, agli esordi, erano tutti personaggi straordinari. In via Teulada, dove allora c’erano tg1 e tg2, bastava scendere di un piano e si arrivava all’altra redazione cronaca dove c’erano Giancarlo Santalmassi e Giò Marrazzo, Ulderico Piernoli e la sempre bellissima Rita Mattei. Con molti ho lavorato per anni, con alcuni ho avuto anche rapporti di amicizia. Roberto Morrione soprattutto mi ha sostenuto esponendosi con coraggio quando i miei servizi su mafia e politica al Tg1 scatenavano l’inferno e reazioni violente in redazione e fuori. Sono cose che non si dimenticano. Bianca Maria ogni tanto mi scrutava . Attraversavo  periodi di scoramento perché  la sorte dei “borsisti” era incerta. E lei con dolcezza mi diceva “oggi hai le madonne,ti si leggono in faccia”. E mi tornava il buon umore. Un direttore generale alla fine decise che potevamo essere assunti. Diceva” il più destro dei borsisti  è del Manifesto. Sicuramente per questi non ci saranno partiti che mi telefoneranno e non avrò rotture di scatole come quelle che ho quotidianamente da DC, Psi e Pci”.

Così cominciava piano piano ad affermarsi una nuova generazione di giornalisti del servizio pubblico.  

New York

                                                                           Ho trascorso la Pasqua del 2014 a New York insieme a mio figlio Ruggero.

Il viaggio è stato fantastico. Nulla è andato storto. Dalle lunghe ore trascorse in aereo, all’albergo, poi alla casa dell’amica che ci ha ospitato,le lunghe passeggiate per Manhattan, le visite ai musei, gli scatti a centinaia sugli aspetti vari e curiosi della vita cittadina.

Tanti momenti indimenticabili: la visita alla Columbia con il professor Ottavio Arancio, la partita a Brooklyn fra i Nets e i Raptors di Toronto soprattutto per la cornice di pubblico (entrambe le squadre erano a fine campionato e non in grande forma)  , lo spettacolo a Broadway con Bryan Cranston, le cene selezionate fra le tante offerte dalle le cucine del mondo presenti  in città.

Se dovessi mettere a fuco un solo momento dei tanti giorni trascorsi in America sceglierei la domenica di Pasqua ad Harlem. Abbiamo provato a seguire una cerimonia religiosa. Ne avevo letto e sapevo quanto fossero suggestive e anche molto diverse da quelle a cui siamo abituati . Tutte le chiese però erano stracolme di gente. In alcune addirittura l’accesso era vietato per ragioni di sicurezza. Eravamo quasi sul punto di desistere  quando in una via secondaria abbiamo incrociato alcune signore nere dai vestiti e cappelli color pastello che salivano i gradini di un edificio quasi anonimo. Le abbiamo seguite e ci siamo ritrovati in una piccola chiesa, luminosa. Il coro intonava brani  blues e spiritual.

Eravamo in pochi e non volevamo andar via prima della conclusione, incuriositi anche dal rito così diverso da quello latino. Abbiamo preso posto in fondo alla sala. Il celebrante, un bell’uomo alto con una voce tenorile ci ha notato e interrompendo la cerimonia  ha chiesto da dove venissimo. Alla risposta di Ruggero i fedeli si sono alzati e  ci hanno raggiunto per stringerci la mano e darci il benvenuto. Un’emozione grandissima che si è ripetuta alla fine dell’incontro quando i sacerdoti e le loro mogli alla porta hanno augurato a tutti e a noi con un calore particolare “Happy Easter”. Una giornata speciale che ha avuto in serbo altre emozioni come il pranzo al Red Rooster, con gli standard jazz del gruppo di ultrasettantenni che intratteneva con una grazia insuperabile i clienti in attesa di un tavolo in una domenica di festa sotto il sole di Harlem.

Occhi colorati

                                                                             

La gatta o il gatto se ne stava su una panca nei pressi della Focacceria San Francesco. Guardava in alto in attesa che qualcuno, forse la padrona, forse solo una “gattara”, lanciasse un bocconcino. Occhi speciali, bicolori, uno verde-giallo, l’altro celeste. Non è photoshop vi assicuro. Solo lo scherzo più che gradevole della natura. 

I Sassi di Matera

Il mio amico e collega corso Thomas Brunelli con il suo iphone ha calcolato che un pomeriggio salendo e scendendo dai Sassi di Matera abbiamo percorso più di undici chilometri.  Dovevamo visitare le chiese rupestri, incontrare gli ospiti della nostra trasmissione Mediterradio, raggiungere gli altri produttori mediterranei per concordare progetti e collaborazioni. La sera Matera non era meno bella del giorno. Anzi per una volta quello che l’ha resa famosa in tutto il mondo, le grotte ricavate nel tufo, lascia il campo alle facciate delle chiese e delle case. Ho pensato spesso a Matera in questi giorni di caldo insopportabile. Chissà che temperatura si registra all’interno di quelle incredibili opere d’ingegneria . Un giorno chiamo Sissi, l’amabile collega che ci ha fatto da cicerone e me lo faccio dire. Intanto voglio sperare che il sole con i suoi raggi  non riesca a perforare gli strati di tufo e almeno chi si ritira in  preghiera all’interno delle grotte più profonde trovi un po’ di sollievo non solo nell’anima ma anche nel corpo.